13 Novembre 2021

Cosa sono Facebook Papers e come ne uscirà l’impero di Zuckerberg?

Cosa sono Facebook Papers e come ne uscirà l’impero di Zuckerberg?

I ‘Facebook Papers’ sono costituiti da 10mila pagine di rapporti, analisi e documenti interni rubati da un’ex dipendente pentita, Frances Haugen, che offrono uno spaccato inquietante sul gigante dei social, facendo luce sugli opachi processi decisionali e sui fallimentari meccanismi di controllo della piattaforma.

Fa parte di questa documentazione, ad esempio, un report redatto all’inizio del 2019 da un ricercatore di Facebook che crea un account e si finge una persona del Kerala per capire come sarebbe stata l’interazione con il social. L’India è stata scelta perché rappresenta il mercato più grande dell’azienda con i suoi 340 milioni di utenti, Nelle successive tre settimane il ricercatore segue tutti i consigli generati dagli algoritmi di Facebook: si unisce a gruppi del partito nazionalista al governo e anti musulmano, guarda video, esplora nuove pagine indicate dagli algoritmi. Il risultato, come lui stesso ha dichiarato, è stato quello di vedere “più morti in quelle settimane che in tutta la sua vita” immergendosi totalmente in post e gruppi caratterizzati da incitamento all’odio, disinformazione e celebrazione della violenza. Tutto questo è stato documentato scrupolosamente, ma è stato ignorato dalla dirigenza di Facebook, più interessata alla ricerca e all’acquisizione dei dati. In questa testimonianza, come nel resto dei documenti, viene dimostrato che l’algoritmo di Facebook guida scientemente gli utenti verso la creazione e la visione di materiale più estremo, meno sfumato perché in questo modo sicuramente susciterà una reazione: gli utenti sono quindi “addestrati” a cercare reazioni a ciò che pubblicano in un ciclo che alimenta sé stesso (Adrienne La France).

I dirigenti di Facebook hanno, quindi, tollerato il propagarsi di incitamento all’odio, di teorie complottiste, reclutamento terroristico, genocidio e, mentre indicavano come valori guida della piattaforma la democrazia, la libertà di pensiero e di parola, di fatto smantellavano i principi democratici.

Facebook non ha eliminato neppure i più attivi diffusori di disinformazione politica, i cosiddetti Suma (single user multiple account): utenti singoli che utilizzano molteplici account per creare un effetto megafono e amplificare la loro propaganda che sono stati  utilizzati anche dai partiti populisti di casa nostra ed è confermato che la dirigenza della piattaforma sapesse di come alcuni suoi utenti venissero spinti verso QAnon e le altre teorie del complotto, rispondendo troppo lentamente all’avanzata di pericolosi estremismi che sono stati eliminati quando ormai era tardi.

La scintilla che ha fatto scoppiare lo scandalo attorno a Facebook è scoccata all’inizio di ottobre grazie ad una talpa, la ex data scientist della compagnia Frances Haugen, ingegnera informatica di 37 anni, membro del team di ‘Integrità civica’ creato dal social network proprio per combattere le fake news. Il team si era sciolto a dicembre 2020 poco prima dell’assalto al Congresso Americano di fatto incoraggiato dal tam tam di notizie false su Facebook. Scandalizzata e demoralizzata, Haugen prende contatti con alcuni giornalisti e lascia la compagnia decisa a fare conoscere che la strategia di anteporre i dollari alle persone era stata assolutamente e totalmente “premeditata” da Facebook.

Si rivolge dapprima alla SEC, Security and Exchange Commission, agenzia federale che regola la vendita e il commercio di titoli con l’obiettivo di dimostrare che i vertici di Manlo Park avevano ingannato gli investitori, poi una parte dei leaks arriva al Wall Street Journal che pubblica i cosiddetti “Facebook Files” sui fallimenti e i silenzi della compagnia come, ad esempio, quello sull’ impatto tossico di Instagram sugli adolescenti (depressione, disturbi alimentari…) conosciuto, ma taciuto.

A quel punto il capo della sicurezza globale della società, Antigone Davis, viene convocato al senato americano dove testimonia anche la stessa Haugen, mettendo nero su bianco che i prodotti di Facebook “danneggiano i bambini, alimentano la divisioni e indeboliscono la nostra democrazia”.

I Facebook Papers rivelano, quindi, una notevole quantità di decisioni sbagliate, di scelte superficiali, di volontaria mancanza di attenzione a numerose e delicatissime problematiche, come, ad esempio, il fatto che l’87 % del budget globale dell’azienda dedicato alla classificazione della disinformazione sia destinato agli Stati Uniti e solo il 13% sia destinato al resto del mondo.

 Tutto questo rischia di mettere davvero a repentaglio la sopravvivenza dell’impero social di Facebook non più in grado di attirare il pubblico giovane (gli utenti adolescenti sono scesi del 13% negli ultimi due anni, con un ulteriore calo previsto del 45% da qui al 2023 ed un calo del 4% nella fascia 20- 30 anni. Questo andamento riguarda anche la quantità di contenuti postata dagli adolescenti su Instagram che è scesa del 13% nel giro di un solo anno a favore di TikTok).

Intanto a fine ottobre, Zuckerberg ha lanciato Meta (prefisso greco che significa ‘oltre’) il nuovo nome del Gruppo Facebook che ha come obiettivo immediato quello di sottrarre il gruppo agli scandali dei Facebook Papers, ma che da vita ad un processo che ci porterà nel Metaverso (parola di origine letteraria tratta dal romando Snow Crash): l’insieme di tutto ciò che è virtuale, digitale, fisico, aumentato, un “Internet incarnato, dove invece di visualizzare solo i contenuti, ci sei dentro» e su cui il gruppo Facebook e altre aziende del comparto tecnologico, da quest’anno e per gli anni a venire, hanno cominciato ad investire 10 miliardi di dollari l’anno.  

E mentre ci immaginiamo come sarà il Metaverso, vediamo ogni giorno di più come Facebook abbia contribuito a compromettere la forma del nostro mondo fisico.

A cura di Elisa Cionchetti

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