5 Novembre 2021

Così per gioco: hate speech, haters e social network

Così per gioco

È da questa esperienza che partiamo per capire il suo punto di vista sul tema dell’hate speech, che lei ha vissuto nei panni di bersaglio. Il suo assessorato, infatti, è stato al centro di attacchi specialmente a causa delle politiche comunali in tema di accoglienza dei migranti, tanto da essere stata messa sotto scorta forzata perché c’era una reale minaccia alla sua incolumità.

Su questa esperienza è stato pubblicato un libro dal titolo “La grande madre”. La cosa che mi ha colpito di più durante l’intervista è stato il fatto che nemmeno per un attimo Agnese si è posta come vittima, nonostante il pericolo reale che ha corso. Secondo il suo punto di vista gli hater che la minacciavano sono classificabili in due grandi categorie: da un lato persone che vivono un forte disagio personale che esprimono attraverso il linguaggio d’odio perché non sanno affrontarlo e/o non c’è qualcuno che li supporta; dall’altro ci sono gli hater di professione perlopiù collegabili a fazioni politiche che usano il linguaggio d’odio come strumento per creare consenso.

Nel prosieguo dell’intervista abbiamo affrontato il tema di come i social media siano ormai così radicati, ed anche utili per certi versi, da farle ritenere che si sia ad un punto di non ritorno, un punto in cui non ne possiamo più fare a meno ed è impossibile spazzarli via dalla storia, per motivi economici (i primi 4 uomini più ricchi del mondo sono tutti collegati all’economia che muove il digitale), sociali e politici.

La sfida è quella di attivare percorsi formativi ed informativi sui meccanismi che regolano i social ed il web per i ragazzi e le ragazze e, soprattutto con i genitori: l’hate speech è un fenomeno che è più presente tra la fascia di età tra i 40 e i 60 anni. Il problema di fondo è che ancora non si ha coscienza della portata del fenomeno e della sua pericolosità e che quindi ancora sono pochi gli interventi educativi di contrasto.

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