16 Luglio 2021

Del comprendere, capire, tacere: la storia di Seid Visin.

DEL COMPRENDERE, CAPIRE, TACERE.

Seid Visin non ha ancora 21 anni quando si suicida impiccandosi.

Nato in Etiopia, all’età di 7 anni viene dato in adozione ad una famiglia di Nocera Inferiore; cresce in Italia; diventa un giovane calciatore che indossa la maglia della giovanile del Milan, poi quella del Benevento. Lascia il calcio professionistico, fa ritorno a casa. 

Muore. O meglio: sceglie di non vivere più.

Comprendere il suicidio esige un atto d’amore, l’unico che ci permette di compiere la complessa operazione di sospendere il giudizio per accogliere autenticamente il dolore dell’altro. È difficile.  è  penoso. È pauroso: inevitabilmente, il concetto stesso di suicidio mette in discussione quel che crediamo di sapere sull’insondabile mistero della vita e della morte.

Per questo, diventa facile – e profondamente umano – sottrarsi dal “comprendere” e rifugiarsi nel “capire”. E allora si apre la caccia alle motivazioni che hanno portato l’altro al suicidio; sentiamo che solo scoprendole capiremo il senso di quel gesto e così facendo, le nostre povere convinzioni potranno continuare a reggersi in piedi. Ma più cerchiamo risposte certe, più ci sfuggono le poche certezze che coltiviamo. 

Se non si è in grado di comprendere, sarebbe meglio rinunciare a capire, lasciando che un rispettoso silenzio prenda il posto delle nostre parole e delle nostre azioni.

Non possiamo comprendere la scelta di Seid perché non lo abbiamo mai conosciuto, amato, curato. Abbiamo in mano pochissime tessere del mosaico che racconta la sua vita – i pochi spezzoni della sua storia personale che possiamo leggere in modo disordinato attraverso quotidiani e siti d’informazione. Entrambi lanciati alla caccia dei motivi. 

Le notizie si rincorrono, un’ipotesi nuova si affianca alle vecchie… ma più ci si immerge in questo accadimento, più si annega nell’assenza di un significato definitivo. 

In questo contesto, matura l’ennesima distorsione della realtà a mezzo social network.

La psicoterapeuta che seguiva Seid pubblica – non sappiamo perché – un post in cui riporta una lettera aperta scritta dal ragazzo. È la sua dolorosa testimonianza di adolescente nero che attraversa l’esperienza di crescita in un clima pervaso da razzismo. Qualcuno legge il post e desume che quella sia la lettera d’addio di Seid. Diventa una notizia. Parte il teatrino di petti battuti, invocazioni di perdono da parte di varie istituzioni, polemiche tra fronti politici e frasi da repertorio del genere “non deve più accadere”. Qualche giorno dopo, il padre chiede che cessi la strumentalizzazione della morte del figlio: quella lettera è stata scritta tre anni prima; il ragazzo si è ucciso per altri motivi. Suoi, personali. I genitori non hanno intenzione di renderli pubblici. E perché dovrebbero? Loro lo hanno conosciuto, amato, curato. Noi no. Non potremmo comprendere. Dunque, che diritto abbiamo di penetrare nell’intimità del suo animo?

Faremmo meglio a tacere. 

Per tutto questo, non mi unirò al coro di voci che si sforza di vedere un legame diretto – non importa se immaginario o reale – tra il suicidio di Seid e un qualsiasi altro fenomeno.

Smettiamo la caccia alle motivazioni, non porta a nulla di buono.

Accettiamo il turbamento profondo che ci scatena la scelta del suicidio, non giudichiamola in alcun modo e poi lasciamola andare dal nostro campo di attenzione. 

Rimettiamo al centro delle nostre riflessioni i contenuti della sua lettera; facciamo in modo di non dimenticarcene. Perché non importa come sia morto o come sia vissuto Seid. La sua testimonianza risuona forte e chiara. Ha un valore autonomo che si perpetua al di là della mano che l’ha scritta e delle circostanze specifiche che l’hanno prodotta. Racconta non la storia di uno, ma di migliaia di giovani che crescono e vivono in Italia.  Sono ragazzi dall’identità complessa, fatta di tanti pezzi che, come tessere di un mosaico chiamate a formare un unico disegno, vanno messi insieme: l’appartenenza etnica immediatamente riconoscibile dall’aspetto, il ricordo della terra e della famiglia d’origine ormai lontane nel tempo e nello spazio, la cultura d’adozione nella quale si cresce e in cui ci si riconosce, l’affetto dei nuovi genitori ed amici che si fa sempre più profondo e significativo. Ci vuole tanto lavoro per integrare tutti questi elementi in un unico sistema, in una linea di vita che conservi senso di continuità tra passato, presente e futuro. Sarebbe d’aiuto, sicuramente, se dalla comunità d’appartenenza provenissero feedback utili a supportare questo processo delicato. 

Troppo spesso, invece, accade l’esatto contrario. 

Ce lo testimonia Seid, quando – a occhio e croce – aveva solo 17 anni e scriveva: “Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; (…) Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. (…)” 

Ci parla, Seid, della sua prima reazione, quella di un ragazzino impaurito da tanto odio sociale che inizia a vergognarsi della sua pelle scura. Vuole che gli altri non lo scambino con un immigrato, cerca in tutti i modi di prendere le distanze da questi, arriva persino a fare battute razziste, “come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco.”

Leggere le sue parole è straziante. Ci rimandano l’immagine di un adolescente il cui senso d’identità viene frantumato, continuamente, da molte delle persone che ha intorno e dall’aria che tira nel suo Paese. La sua comunità nazionale non ha sostenuto Seid nell’opera complessa di crescere, padroneggiare la sua identità ricca di elementi diversi, mettere insieme le tessere del suo mosaico.

Ma lui ce l’ha fatta lo stesso. Lo capiamo quando leggiamo le ultime righe della sua lettera: “con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno.” 

Seid riconosce nel dolore dell’immigrato il suo stesso. 

Credo potrebbe esser stato questo a liberarlo dalla paura dell’odio sociale.  Lo stesso odio che sono costretti a subire, ogni giorno, migliaia di ragazzi che pur essendo cresciuti in Italia vengono discriminati a causa delle loro origini. 

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