14 Ottobre 2021

Discriminare senza confini

Discriminare senza confini

“Momo” Muhammed Jammeh è un ragazzo di 20 anni di origini gambiane. L’ho contattato per un’intervista perché avendolo conosciuto presso la comunità con la quale collaboravo qualche anno, ho avuto modo di apprezzare la sua intelligenza e la sua sensibilità sui temi politici e culturali della società contemporanea, cosa che lo ha portato e lo porta ad essere un attivista per i diritti umani, non solo dei migranti ma anche dei bambini, dei senza fissa dimora dei giovani. È stata una chiacchierata molto interessante che ancora una volta mi ha dimostrato il livello di consapevolezza rispetto ai temi del razzismo, della discriminazione, del discorso d’odio che un ragazzo giovane come lui ha (con in più il fatto che ha dovuto imparare a leggere e a scrivere in una lingua molto diversa dalla sua). La sua consapevolezza rispetto al funzionamento dei social lo porta, tra le altre cose, a seguire le pagine social di aree politiche e sociali che spesso fomentano il discorso d’odio, non tanto per controbattere e cercare lo scontro virtuale, quanto per studiarne ed analizzarne i meccanismi di pensiero che animano gli odiatori. La nostra chiacchierata si è spostata, spiazzandomi, non tanto sugli episodi vissuti in prima persona, ma sui meccanismi che portano allo stereotipo, al pregiudizio e quindi alla discriminazione e di come questi meccanismi siano presenti non solo tra gli occidentali nei confronti dei migranti ma di come stiano prendendo piede anche nel resto del mondo; c’è sempre un diverso da cui doversi proteggere (per approfondire questi argomenti vi rimandiamo alla nostra guida, scaricabile gratuitamente dal nostro sito, previa registrazione, Sezione 1 “Hate Speech concetti – chiave, pagg. 7 e 8).

L’episodio raccontatomi parte da quanto osservato da Momo in gruppo facebook i cui iscritti sono per la maggior parte immigrati di origine africana che vivono in Italia, oltre a un buon numero di africani residenti nei loro paesi di origine. Ebbene durante il primo periodo della pandemia nel gruppo sono circolati diversi post contro la comunità cinese che vive in Italia e contro il popolo cinese in generale.

L’accusa che veniva rivolta era quella di diffondere il virus e venivano anche riportati episodi di discriminazione commessi da alcuni membri del gruppo nei confronti di (presunti) cinesi. Il lettore ricorderà fatti di cronaca simili con “protagonisti” (in negativo) cittadini italiani. Questo fa riflettere sulla pericolosità dei social media o meglio dei meccanismi che fanno si che le informazioni canalizzate attraverso i social, senza una verifica basata attraverso fonti attendibili, possano guidare l’azione delle persone. Sembra paradossale che una comunità, spesso vittima di pregiudizio e discriminazione, attui gli stessi meccanismi nei confronti di un’altra comunità contigua sulla base di informazioni avute attraverso i social. È evidente che ci sono dei fattori comuni: il primo è sicuramente la natura dei media, i contenuti dei post circolano liberi senza che ci sia un sistema di controllo e di verifica; il secondo è il tempo che dedica l’utente, ci si sofferma al titolo senza leggere i contenuti e soprattutto senza verificare le fonti; il terzo è la
paura e il bisogno di trovare il responsabile di ciò che fa paura senza avere elementi oggettivi e
prove che siano a supporto di un tale giudizio.

Spesso ci si sente impotenti, ne sono consapevole, i social sono in mano di imprese transnazionali
che stanno fuori dal controllo dei singoli stati, la strada, per ora, è quella di informare, far riflettere, attivare percorsi educativi.

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