1 Dicembre 2021

Il diritto di fare schifo

IL DIRITTO DI FARE SCHIFO

Michela Giraud è autrice, attrice, comica. Nel suo percorso professionale si è occupata di teatro, cinema, televisione e radio. È una donna ancora giovane, sulla trentina di anni; ha capelli castani lunghi, lineamenti regolari e forme abbondanti. 

A novembre partecipa come conduttrice ad una puntata del programma televisivo “Le iene”. Si ritaglia due minuti di monologo in cui racconta la sua esperienza come bersaglio di odio online. 

“Mi scrivono cose bellissime, tipo: sei grassa, sei volgare, sei grassa e volgare, fai comicità per casalinghe. Oh, io non sapevo fosse un’offesa tra l’altro. Il mio ragazzo mi dice: non dargli peso, questa gente non si merita il tuo tempo. E ha ragione. Ma io ci sto male. Non vorrei leggere quelle cose. Ma non resisto. Rosico!”

Fin qui, nulla di nuovo: nessuno ama ritrovarsi sommerso di insulti e offese. Diversi personaggi pubblici ne hanno già parlato.  Ad esempio, Maura Gancitano, scrittrice, formatrice, filosofa di Tlon, solo qualche mese fa, attraverso una diretta Instagram, ha condiviso con il pubblico la sua difficoltà nell’abitare uno spazio digitale che sempre più va riempiendosi di veleni.

Ciò che invece suona nuovo, nel discorso di Michela, è il racconto della sua reazione. “Io ho trovato la mia soluzione in uno di questi commenti, quando mi hanno scritto “fai schifo” e io ho pensato: e anche se fosse?!? E quindi?!? (…) Ragazzi ma quanto è bello fare schifo? Ma che libertà incredibile è? In un’epoca in cui tutti vogliamo essere i migliori e tutti siamo prigionieri dello sguardo degli altri, darci la possibilità di fare schifo è un atto rivoluzionario! Perché fare schifo è un diritto ed è un diritto che rivendico con orgoglio!”

Michela Giraud demolisce il discorso d’odio minandolo alle sue fondamenta: toglie peso e potere alle parole degli hater riappropriandosi non solo del diritto ma anche del piacere di essere sé stessi. 

Possiamo essere bassi, magri, grassi, introversi, fotogenici, con il naso lungo, le gambe storte, con denti bianchissimi… possiamo avere qualsiasi forma e qualsiasi attitudine comportamentale, ma alla fine dei giochi, sono affari nostri. Nessuno dovrebbe sentirsi in diritto di dirci se quello che siamo va bene o va male. C’è, invece, chi non manca mai un’occasione per sputare giudizi. Ma siamo davvero obbligati a dar loro peso? Personalmente, do ascolto e attenzione alle critiche che mi giungono da persone che amo e stimo; quegli amici che conoscono a fondo me e la mia storia; gente del cui sguardo sul mondo, mi fido. Se non si è tra queste persone, è difficile che un giudizio, spesso emesso in modo superficiale e gratuito, rimanga nel mio campo di attenzione più a lungo del tempo necessario a congedarlo. A mio avviso, Michela, con il suo monologo, compie un’operazione simile: di fronte al discorso d’odio, riconosce di star male e per superare il fastidio, toglie importanza all’offesa, facendola sua, ribaltandone il significato – da insulto e punto di forza (definito, addirittura, come “atto rivoluzionario”). Sembra dirci chiaro e forte che in quella “prigione” – come lei stessa la chiama – fatta dallo sguardo perenne degli altri sulla propria vita, si entra da soli – nessuno ci costringe. Ci si entra con le proprie gambe ogni volta che investiamo quella massa indistinta di occhi che ci osserva e critica, del potere che ha il giudice di indicare il giusto e lo sbagliato. Michela ci dice che non c’è giusto e non c’è sbagliato. C’è l’essere se stessi, consapevoli dei propri difetti, dei propri limiti, ma anche della propria bellezza ed unicità. C’è l’andarsi bene così come siamo. E se agli altri, quel che siamo, non va bene, ce ne dobbiamo fare un problema? No, casomai il problema è il loro. Perché in realtà, di quella prigione di sguardi abbiamo sempre avuto la chiave per uscire: togliere loro attenzione. Di cos’altro si può nutrire un hater, se non di quella?  

Seguire l’esempio della Giraud, rivendicare il diritto sacrosanto di “fare schifo”, significa innanzitutto aver fatto pace – almeno per buona parte – con sé stessi, aver imparato ad amarsi per quello che si è, aver consapevolezza del proprio valore umano: tutti antidoti contro il veleno dell’odio, validi supporti utili a non lasciare che l’hater di turno metta in crisi la percezione che abbiamo di noi stessi e della nostra azione nel mondo.  

Non rinunciamo a godere del piacere più grande del mondo, quello di essere liberamente e autenticamente se stessi. Sarebbe un peccato. E una vittoria per chi ci insulta nella speranza d’infonderci odio verso noi stessi.

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