9 Ottobre 2021

Il potere dello storytelling: l’esempio delle donne afghane, vittime o sopravvissute?

IL POTERE DELLO STORYTELLING: L’ESEMPIO DELLE DONNE AFGHANE, VITTIME O SOPRAVVISSUTE?

Una delle linee d’azione intraprese dal progetto #HateTrackers fin dall’anno scorso è stata incentrata sull’uso dello Storytelling con approccio empowerment-based. Il nostro obiettivo è restituire voce a chi è stato vittima di odio sociale, riconsegnandogli pieno controllo sulla propria storia e offrendogli spazi ed occasioni perché sia ascoltato. Nel fare ciò, attraverso interviste videoregistrate e poi montate, attraverso articoli di blog, siamo stati sempre attenti che venissero riconosciuti e raffigurati non solo il dolore della vittima, ma anche la sua forza, la resilienza, la capacità si attraversare le criticità sviluppando, in reazione ad esse, abilità e aspetti di sé ancora nuovi. Abbiamo voluto raccontare “sopravvissuti” e non solo, esclusivamente, “vittime”. Questo è il nostro approccio, è lo è perché siamo pienamente convinti che scegliere di narrare un fenomeno, un fatto, una storia, non è mai un’operazione neutra. Anzi. È un processo che può schiacciare, mortificare, umiliare. Oppure può rafforzare, restituire forza e ownership a chi, della storia, è protagonista.

Tutto ciò appare incredibilmente evidente se osserviamo cosa e come i media meanstream occidentali hanno raccontato della condizione femminile in Afganistan dalla presa di Kabul da parte dei Talebani, a metà agosto, fino ad oggi. Ogni volta che mi è capitato di leggere articoli su quotidiani e di guardare servizi televisivi sull’argomento, ho sperimento una grande contraddizione tra una parte di me profondamente disturbata all’idea che non si riconoscessero i sacrosanti diritti umani di una donna, e un’altra parte, disgustata dal cogliere quanto la questione femminile venisse sistematicamente strumentalizzata nello sforzo di dare un senso a 20 anni di guerra e occupazione militare. 

Nel tentativo di far sintesi di queste due diverse percezioni, ho cercato di capire cosa mi infastidisse maggiormente. E allora sono giunta ad una conclusione: l’occidente sta dipingendo un’immagine della donna afgana a suo uso e consumo. Sui maggiori media meanstream, non vengono mai intervistate le associazioni di donne afghane – che pure esistono – né viene data loro la possibilità di autoraffigurarsi in qualcosa di differente da una vittima che va salvata. Non sono raccontate come protagoniste, ma come oggetti, della propria stessa storia.

E partendo dalle donne afghane, mi ritrovo a riflettere sulla condizione della donna in territori di guerra e su come questa venga messa in narrazione e tramandata alle nuove generazioni.

In Italia, durante la seconda guerra mondiale, gli uomini sono impegnati al fronte, sono feriti, uccisi, fatti prigionieri. Ma a casa la vita deve andare avanti: si celebrano matrimoni e funerali; si crescono i figli; si cerca di mettere insieme pranzo e cena, nonostante le difficoltà nuove dell’economia di guerra. Nel vuoto lasciato dall’assenza massiccia degli uomini che ora sono soldati, le donne sono chiamate ad assumere ruoli e responsabilità da cui erano tradizionalmente escluse.  Per necessità, adesso escono dalla dimensione domestica dove il fascismo le aveva rinchiuse consacrandole “angeli del focolare”. In moltissime, ora cercano il modo per sfamare la famiglia; entrano nelle fabbriche, nel sistema produttivo, come lavoratrici; compiono ogni giorno, sole, scelte di vita complesse nello sforzo di far fronte allo scenario volatile e caotico della guerra; si fanno partigiane. È stato così che le donne, vivendo nella necessità di oltrepassare limiti a loro imposti dalla cultura della loro epoca, si sono scoperte capaci di lavorare fuori di casa, di proteggere la famiglia, di combattere, di parlare pubblicamente, di fare politica. 

Nell’anno 1946, per la prima volta nella storia dell’Italia, le donne esercitano il diritto all’elettorato attivo e passivo. Non solo possono finalmente votare, ma anche candidarsi. Vengono così elette le prime due donne sindaco:  Ada Natali (Massa Fermana) e Ninetta Bartoli (Borutta). Altre 21 diventano membri dell’Assemblea Costituente; daranno il loro contributo alla stesura della nostra Costituzione che, tra le altre cose, nell’art.3 sancirà inequivocabilmente pari diritti e para dignità sociale tra tutti i cittadini – al di là anche del loro genere d’appartenenza. 

In quest’ottica, l’accesso al diritto all’elettorato attivo e passivo non è una concessione che viene gentilmente offerta; no; è la fotografia di un dato di fatto, è un risultato raggiunto come semplice, chiaro, incontrovertibile effetto del nuovo protagonismo femminile, quel fiore sbocciato dal letame della guerra che nessuno può più schiacciare. 

Lo stesso fenomeno di crescita prende corpo, da anni, in molte regioni del mondo attraversate dalla guerra. 

La ‘agenzia dell’ONU UNPF (United Nations Population Fund), in un report rilasciato nell’ottobre del 2013 sulla condizione delle donne siriane, scrive: “The Syrian conflict inflicts multiple adverse effects upon the Syrian people. The violence displaces many families, leaving countless broken homes in its path. Due to the unprecedented violence in Syria, many families have lost their customary head of household, usually a male figure. The loss of either a husband, son, or brother has shifted the responsibility of the entire household to the women of Syria. Almost one in every three households in Syria are now women-headed. These Syrian women assume both the role of caretaker and breadwinner, making them significant participants in the economy, society and family life.” 

Tutto ciò fa emergere un dato: la durissima e complessissima esperienza esistenziale di vivere in un Paese sconvolto dalla guerra richiede, tra le altre mille cose, un rapido sviluppo di capacità e consapevolezze nuove. Nel dolore e nella difficoltà, è possibile che si produca un’incredibile crescita proprio come effetto dell’esposizione a condizioni straordinariamente avverse. È questo, il fenomeno che Renos Papadopoulos – psicoterapeuta, professore del dipartimento di studi psicosociali e psicoanalitici dell’Università dell’Essex, direttore del “Centre for Trauma, Asylum and Refugees” – definisce A.A.D. (Adversities Activeted Development, letteralmente “Sviluppo attivato dalle avversità”). Psychosocial and Psychoanalytic 

La storia di Nadia Murad ne è un chiaro esempio: nasce nel 1993, nel villaggio di Kocho, nel Sinjar, nel nord dell’Iraq. La sua è famiglia contadina appartenente all’etnia yazida; lei stessa cresce all’interno di una fattoria.

Con molta probabilità avrebbe condotto un percorso di vita conforme rispetto le tradizioni sociali della sua comunità di riferimento: si sarebbe sposata prima dei trent’anni; avrebbe avuto figli; forse anche un mestiere; raramente sarebbe uscita dalla sua regione di residenza… figuriamoci dal suo Paese… probabilmente mai, dal suo continente. 

Ma nell’agosto del 2014 l’ISIS occupa il suo villaggio. Nadia perde la madre e sei fratelli e fa la stessa fine di migliaia di giovani ragazze yazide: viene rapita, portata via, stuprata, ridotta a schiava sessuale dai miliziani. Sopporta un’esistenza atroce fatta di abusi quotidiani per mesi. Riesce a fuggire, trova riparo, raggiunge un campo profughi. 

Nel 2015 arriva in Germania tramite un programma di supporto per rifugiati vittime dell’ISIS. 

È da qui che parte un nuovo viaggio: Nadia diventa un’attivista per i diritti umani. Sceglie di fare della sua tragica storia personale, una testimonianza per la Storia.  Contribuisce a portare all’attenzione del mondo il genocidio del popolo yazida, vissuto ed attraversato con gli occhi di una giovane donna.

Il 16 dicembre 2015 Nadia si presenta presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per discutere, per la prima volta nella storia dell’ONU, di tratta di essere umani e conflitti.

Il 5 gennaio 2016 viene candidata dal governo dell’Iraq al Premio Nobel per la Pace per il suo attivismo.

Il 16 settembre 2016 diventa prima Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani.

Nell’ottobre del 2016 vince il Premio Vàclav Havel per i diritti umani e le viene assegnato, insieme a Lamiya Aji Bashar, il Premio Sakharov per la libertà di pensiero.

Infine, il 5 ottobre 2018 vince, assieme a Denis Mukwege, il Premio Nobel per la Pace.

Proviamo anche solo per un attimo ad immaginare quante nuove capacità, attitudini, abilità cognitive ed emotive deve aver sviluppato Nadia nel compiere tutto questo suo percorso esistenziale…

Possiamo raccontare delle donne in territorio di guerra – le tante Nadia Murad, siriane di oggi e italiane di ieri – come vittime, colpite da perdite e lutti terribili, rapite, stuprate, sfruttate, ridotte in schiavitù, uccise. Ma facciamo attenzione che questa non sia l’unica parte della loro storia ad essere restituita al mondo, perché così facendo, riduciamo la loro grandezza per farla entrare a forza tra le maglie strette che definiscono l’identità di “vittima”. 

La narrazione che facciamo di una storia personale, infatti, offre un’occasione di rispecchiamento a chi, di quella storia, è padrone e a chi, in quella storia, rivede la propria. Assistere a narrazioni in cui si è raffigurati solo attraverso la propria sofferenza, dipinti esclusivamente come vittime, rischia di attivare un processo depauperante. Al contrario, percepirsi protagonisti di una storia in cui emergono tutti gli aspetti di resilienza e tutte le nuove capacità sviluppate dall’individuo nella situazione di avversità, ne supporta il passaggio da vittima a sopravvissuto. Da persona senza controllo e senza potere sulla propria storia, la cui unica funzione si compie tutta nell’azione passiva di subire, a persona in grado di sopportare eventi tragici, attraversarli senza farsi schiacciare dal dolore, reinventarsi con la costruzione di un’identità nuova e diversa, più grande e più forte di prima. Se è vero, infatti, che non possiamo controllare il flusso degli eventi che la vita ci pone di fronte, è altrettanto vero che abbiamo il potere di attribuir loro i significati che vogliamo, nello sforzo di orientarne gli effetti in una direzione che produca crescita invece che distruzione. Allora, delle donne in territori di guerra, possiamo raccontare anche il coraggio, la forza, le nuove competenze di vita sviluppate, lo stupore di scoprirsi molto più capaci di quanto non avessero mai immaginato. 

Così, delle donne afghane possiamo narrare tutti i moti di protesta, i cortei, le azioni intraprese tra le strade di Kabul volte a tutelare i diritti umani che il regime talebano sta minacciando di toglier loro. Possiamo restituire le loro stesse parole di lotta, perché le hanno e le stanno continuando a gridare – ai loro connazionali, certo, ma anche al resto del mondo che, invece, impassibile, continua a dipingerle come soggetti senza alcuna capacità di reazione, silenziose di fronte agli eventi, povere vittime che nulla possono senza la nostra protezione.

Siamo noi a scegliere attraverso quale lente narrare una storia. E in questa scelta, risiede il nostro potere e la nostra responsabilità storica.

Se ci disegniamo come vittime, rimarremo vittime tutta la vita.

Se ci raccontiamo come sopravvissuti, non lasciamo che l’esperienza di dolore definisca in tutto e per tutto la persona che siamo, ma anzi, la inscriviamo all’interno di un orizzonte di senso più ampio, in grado d’indicarci una possibile via di trasformazione e ripartenza. 

Ricordiamocene, ogni volta che siamo chiamati a raccontare della nostra epoca.

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