28 Giugno 2021

Quando una buona conversazione alimenta interrogativi e la voglia di approfondire

Quando una buona conversazione alimenta interrogativi e la voglia di approfondire

Intervistando Giovanni,  portiere di quartiere di Vallemiano per l’associazione Casa delle Culture di Ancona, attivista Arci e tra gli organizzatori delle prime edizioni del Love Pride in città, sono emersi tanti temi interessanti e, come in tutti i buoni scambi dialettici, parlando di hate speech, fake news e teorie complottiste ci siamo lasciati forse con più interrogativi che certezze tranne quella relativa al fatto che bisogna usare i social con consapevolezza sviluppando competenze sociali e una buona dose di empatia. 

Pur non avendo mai subito attacchi personali né online né offline, Giovanni è stato testimone indiretto di una campagna di odio sui social ai danni di un famoso attore a seguito del  suo coming out partita paradossalmente da un’associazione che si occupa di tutela dei diritti delle minoranze con post di attacco privi di argomentazioni e con toni da “bulli”.  La reazione di Giovanni di fronte ad episodi come questo è quella, da un lato, di rispondere nella maniera più dialogica possibile e dall’altro di ricondividere il post sgradevole sulla sua pagina Facebook, ad esempio,  affinché gli amici della sua bolla social possano indirizzare il maggior numero di commenti all’odiatore di turno.

E’ qui che emerge il primo dubbio: è giusto esporre “gli odiatori” ad attacchi? Sono anch’essi vittime di loro stessi, dei loro pregiudizi, della loro ignoranza rispetto ad argomenti di cui hanno la pretesa di parlare.

 “Molti odiatori li posso vedere attorno a me, magari di persona sono amabili, ma dietro una tastiera diventano mostri, perché la tastiera depersonalizza, toglie qualsiasi contatto con l’altro. Mettersi a scrivere qualcosa di empatico presuppone una presa di consapevolezza, una capacità di immedesimazione nell’altro che non tutti hanno e spesso il tipo di social usato, plasma anche la maniera in cui ci si espone.

Per questo è importante insegnare fin dalle materne le competenze sociali: empatia, ascolto, non una generica attenzione verso l’altro e soprattutto non bastano speciali programmi che sviluppano le competenze digitali, servono competenze relazionali. Se non ti hanno mai insegnato che il tuo punto di vista è uno tra gli innumerevoli punti di vista e che ciò che pensi non deve mettere in ombra il pensiero degli altri, riterrai di essere sempre solo tu sulla strada giusta e quando ti confronterai con gli altri avrai sempre un atteggiamento aggressivo che, portato nella dimensione online, può diventare persino lesivo.” 

Continuando la conversazione siamo arrivati a toccare il secondo interrogativo: il tema della libertà di espressione perché se è vero che tutti devono avere la possibilità di esprimere la loro opinione, è anche vero che non tutto può essere detto. Forse l’utilizzo dei social dovrebbe essere filtrato;  ad esempio se si offende ripetutamente una ragazzina per il suo aspetto fisico, dovrebbe essere impedito a chi offende di continuare ad accedere ai social, ma questo pone una questione democratica perché si tratta di un metodo punitivo, sarebbe invece meglio trovare soluzioni rieducative.

Tra le soluzioni attivabili la principale resta, secondo Giovanni, la strada dell’istruzione per supportare i giovanissimi nella costruzione di un’identità positiva che si alimenta di relazioni efficaci tramite percorsi fatti a scuola da docenti preparati  anche sui temi legati all’hate speech e al cyber bullismo. Questa forma particolare di odio online crea danni indelebili nelle vite dei più giovani e ignorarlo diventa una colpa sociale.

Chiudiamo la nostra intervista con queste parole: “Noi siamo responsabili dei nostri comportamenti e siamo costantemente un esempio per gli altri soprattutto per i bambini e i ragazzi, nessuno può sentirsi esonerato quando accadono certi episodi sia online che offline, tutti dovremmo sentirci l’impegno di prevenire certi comportamenti”

Elisa Cionchetti

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